© poesie e immagini sono coperte copyright e diritti d'autore

El dormiva ‘l pòpo
0
visite 90

Ma cara la me vècia péna biro
che t’avéva dal tut desmentegada
róndola sènza pu ‘l nif desperada
entór al mondo zinghenón en giro.

Ma adès che te son vegnù a tiro
che dai monti l’èi tornada encantada
gò chì la me ànema tant che fada
coi òci sgiónfi e ancór mi te rimiro.

Torna la vita ai so vèci colori
e come ‘n gran pitór che ‘l s’à ispirà
me sbìsega dént i pu grandi amóri.

Dormiva ‘l pòpo* ma ‘l s’à desmissià,
tegnìghe la manòta dént ai óri
che no la vaga fòra dal somenà.

Tant felize te ‘l giuro mi sarìa
binarte ancór ensèma, poesìa.

Dormiva il bambino

Ma cara la mia vecchia penna biro/ che ti avevo del tutto dimenticata/ rondine senza più il nido disperata/ intorno al mondo vagabondo in giro.// Ma adesso che ti sono venuto a tiro/ che dai monti è tornata incantata/ ho qui la mia anima come fata/ con gli occhi gonfi e ancora io ti rimiro.// Torna la vita ai suoi vecchi colori/ e come un gran pittore che si è ispirato/ mi frugano dentro i più grandi amori.// Dormiva il bambino* ma si è risvegliato/ tenetegli la manina dentro i margini/ che non vada fuori dal seminato.// Tanto felice te lo giuro io sarei/ ritrovarti ancora poesia.

Pag.116 di “Per le rime” – musica gospel A,Brawn-E.Hankins: “Oh happy day”

10 risposte

  1. Ciao Carla, mi fa piacere rileggerti così a breve distanza. E mi fa piacere anche perché mi offri l’occasione di riparare, almeno in parte, ad un mio errore nel pubblicare la poesia. Noterai infatti che nel primo verso della quarta strofa del sonetto (sonetto ritornellato), dopo “pòpo” c’è un asterisco che avrebbe dovuto richiamare una bellissima poesia di Marco Pola, quello che, come molti altri, penso sia stato il più grande poeta dialettale trentino. La poesia si intitola “Scondù ‘ntél còr dei òmeni” e vale la pena leggerla, come peraltro tutta la vastissima opera del grande Marco Pola.
    Mi sembra di capire che ci sarà un tuo prossimo approfondimento.
    Grazie.

  2. Oh happy day. Giorno veramente fortunato e felice che fa ritrovare l’incanto della vita. Il miracolo di una vecchia penna che sa ancora scrivere parole fantastiche di vecchi colori, di grandi amori: è il sapore sempre nuovo delle cose consuete, dell’alba che si fa attendere con la trepidazione della sentinella attenta e vigile. E’ l’odore aspro della sera che copre pensieri e desideri e scivola nel buio e nel silenzio.
    In questo incanto “dormiva ‘l pòpo” ed è un sonno benevolo che cura il male di vivere e permette un nuovo risveglio: ” ‘l s’à desmissià “…
    Mi piace molto questa immagine e mi piace pensarti, Guido, con la tua biro che disegni i tuoi sonetti e ce li regali pure con l’accompagnamento di note scelte. Grazie
    In bocca al lupo per i tuoi prossimi giorni non proprio facili e un abbraccio a te e a Ivonne. A presto!

    1. Ben tornata Renata e grazie delle parole che, con grande facilità, sai in ogni occasione trovare. Si tratta di un sonetto ) ritornellato, come dicevo con Carla) del 2010 che ha trovato posto nella mia ultima raccolta: non so in che stato d’animo fossi quando lo scrivevo, si può soltanto immaginarlo. Una cosa è certa ed è che all’epoca potevo ancora prendermi qualche bella soddisfazione in montagna, quella che mi manca tanto adesso. E probabilmente era stata proprio un’escursione a farmi ritrovare la mia vecchia e cara biro.
      Le altre sono parole tue che, con grande maestria, tu sai collocare al posto giusto come le tessere di u mosaico, di cui mi pare stia tornando esperta in questo periodo. L’immagine del popo che dorme fa parte di una brevissima lirica di Marco Pola (vedi in internet: c’è molto da leggere) che ora, anche per dare a Cesare quel che è di Cesare, riporto integralmente.
      “Scondù ‘ntél còr dei òmeni,/ come na vècia letera/ desmentegada dentro ‘nté ‘n cassét/ gh’è zo ‘n pòpo che dorme./ Ma basta na parola/ per desmissiarlo, ensèma a qualche lagrima,/ basta desfar i gropi fati ‘ntél fazzolét.”
      Otto versi e una grande poesia!
      Io, piccolino, sono contento di pensare che tu mi veda disegnare i miei sonetti che poi no saprei tenere tutti per me.
      Grazie per il tuo in bocca al lupo: io incrocio le dita e ricambo l’abbraccio.

  3. Quando un poeta sperimenta per un lasso di tempo una sorta di aridità, lo assale un’inquietudine , un disagio doloroso. Rondine senza nido ,che vaga senza meta… rende molto bene l’idea. Ma poi ecco, la penna ritrova la strada giusta e nasce il miracolo. Chi o cosa l’ha permesso? Ma l’ amore di sempre, non c’è dubbio: la montagna, il suo richiamo, il suo incanto. e tutto si scioglie, nasce entusiasmo, le idee si rincorrono, il sentire preme deciso. E allora ,ecco la scelta di una composizione poetica che ti stimola, ti appassiona: il sonetto. Che gioia per te e per noi che amiamo e apprezziamo le tue poesie. Grazie Guido caro. Ora riascolto con rinnovato piacere. Ciao. A presto.

  4. Ciao Annamaria, dici proprio bene, la penna, per troppo tempo arida, ti manda a dormire “malsaorì”. Perfetta la tua interpretazione e grazie per i complimenti. Il sonetto è, come altri, del 2010 quindi non proprio fresco ma i sentimenti che esprime valgono tutt’ora con annesso qualche inevitabile rammarico per questo tempo che scappa sempre così di fretta.
    Grazie e alla prossima.

  5. La scrittura poetica dà modo alla parte più arcaica della mente ( inconscio) e che tu identifichi nel popo di esprimersi attraverso il linguaggio scritto.
    Il bisogno invece di scrivere le esperienze vissute ma soprattutto sentite dentro l’ anima nasce da un’esigenza di condivisione per non lasciare l’amore in senso lato fine a sé stesso ( conscio)
    E, come in tante tue poesie, colgo ancora una volta quella tua sensibilità ambivalente che sai gestire attraverso le parole come un bravo equilibrista che sa regalare composizioni armoniche nel denudare non solo la fragilità della natura umana, ma soprattutto la precarietà dell’esistenza che attraverso il tempo si disperde e si annienta.
    Quindi da una parte la biro e dall’altra il popo non come antagonisti ma come poesia
    Carla

  6. Rieccoti Carla a completare quanto avevi abbozzato l’altro giorno.
    Mi scuserai se non mi addentro nei concetti che tu esprimi nei primi due paragrafi: il conscio e l’inconscio. Quanto ci sarebbe da dire?
    Sull’ambivalenza invece, che mi attribuisci e che farebbe di me un “bravo equilibrista”, le interpretazioni potrebbero essere le più diverse e non tutte con valenza positiva. Ma mi viene subito in soccorso, nell’interpretazione delle tue parole, “che sa regalare composizioni armoniche”. E qui un grazie sincero è d’obbligo.
    Mi metti un po’ in imbarazzo però perché penso che tu che, come me, ti diletti a scrivere, quando la biro scorre, (questo succede a me) non le pongo alcun freno che mi permetta di capire se si tratti di fragilità della natura o di precarietà umana dell’esistenza.
    Hai letto credo il testo della poesia del grande Marco Pola che ho riportato interamente rispondendo a Renata. Bella l’immagine e grande Marco Pola.
    Grazie Carla e alla prossima.

  7. Da tempo El me “Pòpo, dorme Guido e la poesia vaga chissà dove, non si fa trovare e me ne rammarico. E’ come un fiume carsico che all’improvviso scompare, s’intana. La sento scorrere in me ma non riaffiora. L’attendo. Chissà…

    1. Non voglio dare consigli, me ne guardo bene ma, se non ce n’hai a male, mi permetto di dirti che tutti, da quanto mi risulta, passano periodi di “siccità”.
      Io ho notato, ma non tutti siamo eguali, che mettersi al tavolo e non muoversi fintanto che non hai abbozzato un’idea, due versi, da riprendere poi, può, a volte, essere una buona pratica. Se vuoi prova e poi sappimi dire: in bocca al lupo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

altre
poesie