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Vècio dialèt
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I soliti saóni i dis
che no i gà le so radìs
che no i conós la storia
che no i gà pu memoria
de come che i viveva
de quél che i se diséva
‘nté ‘n dialèt cantà
i so veciòti.

I soliti saóni i dis
ma no i ghe ‘nsegna gnènt
se no i li ride fòra
i putelòti a scòla
cossì che adès no i sa
dropar la canaròla
far su bèn bèn en giòm
parar via n’orbiròla.

I soliti saóni
che de tàser no i è bòni
i ghe méte ‘n man trabàcoi
che i lùsega che i sòna
che i ghe ‘ndorménza via
zervèl e zervelét.
E pensar che l’è na musica
el nos vècio dialèt.

“Entre Cordilejas”, Melodias del corazon

Vecchio dialetto
I soliti sapientoni dicono/ che non hanno le proprie radici/ che non conoscono la storia/ che non hanno più memoria/ di come si viveva/ di quello che si dicevano/ in un dialetto cantato/ i loro vecchietti.// I soliti sapientoni dicono/ ma non gli insegnano niente/ altrimenti li deridono/ i ragazzini a scuola/ così che adesso non sanno/ adoperare la “canarola”/ fare bene un gomitolo/ cacciare una vertigine.// I soliti sapientoni/ che di tacere non sono capaci/ mettono loro in mano strani arnesi/ che luccicano che suonano/ che addormentano loro/ cervello e cervelletto./ E pensare che è una musica/ il nostro vecchio dialetto.

canaròla = mestolo di legno per rigirare la polenta nel paiolo

18 risposte

  1. Quanto è vero che il dialetto è musica e come la musica va dritto al cuore e all’animo anche senza essere ridondante…e quanto è vero che quei sapientoni hanno il cervello addormentato, ma non altrettanto la lingua e non conoscono la virtù del saper tacere!!! Saggio Guido…e dolce e appropriata la musica che accompagna questi versi!

    1. Ciao Laura e grazie per la tua visita, dopo un lungo silenzio.
      Tu riprendi, dandogli maggior valore quanto io, ben evidenziato, ho scritto nella mia home:
      “Il dialetto è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare… perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento …(Andrea Camilleri e Tullio De Mauro).
      Bella l’espressione “la virtù del tacere” che certi sapientoni non conoscono e che possono soltanto essere sopportati.
      Grazie per i complimenti Laura e alla prossima.

  2. Guarda Guido io so adoperare la “canarola” (anche se adesso ce n’è meno bisogno : è tutto confezionato), so far su bèn bèn en giòm, (pensando alla mamma), e in quanto a orbiròle me ne intendo molto (purtroppo). Ma mi manca lo stesso il dialetto, la lingua del sentimento. Si può supplire con un po’ di ironia, con qualche parola di tenerezza, con immagini di serenità e di affetto. Ma il dialetto…no, non ha bisogno di questi espedienti efficaci, ma raramente diretti e musicali.
    Però forse è il caso di ascoltare con più attenzione e bonomia quei “trabàcoi” che i lùsega: hanno una proprietà eccezionale … suonano a comando, suonano quello che gli viene messo “in bocca” , si esprimono e esprimono sentimenti. Che scherzi! Non è proprio la musica delle parlata dei nostri veciòti, non è la melodia dei dialetti. E’ il suono a volte fastidioso, a volte stridulo, a volte martellante, spesso commovente che però i soliti saoni non sanno ascoltare.
    Bella la poesia, Guido, offre una nostalgia dolce e quasi rassegnata
    Un saluto a tutti

    1. Ciao Renata, non avevo nessun dubbio che tu sapessi cos’è la canaròla, il giòm e purtroppo anche le orbirole: ci sono rimasti alcuni termini che ci richiamano alla mente vecchi affetti. E credo che ti possa accontentare; a te il dialetto non serve, a Bolzano si parla più il rovigotto che il trentino anche se è vero, te lo dico per esperienza, il dialetto, qualsiasi dialetto, è più confidenziale e non può essere usato con tutti ma è davvero più musicale, più confidenziale.
      Nel secondo paragrafo del tuo bel commento, si sente invece la lingua del cuore di una nonna che i nipotini vede molto raramente e allora, hai ragione, anche i trabàcoi hanno una loro lingua, che si deve essere allenati per ascoltare che esprime affetto e che non tutti sono all’altezza di ascoltare con sentimento; io per primo forse. La poesia, avrai notato, è ripescata dal mio vecchio repertorio ma chissà forse verranno tempi migliori.
      Un caro saluto a te e a chi avrà occasione di passare da queste parti. Ciao

  3. Questa volta devo confessare che ho dovuto ricvorrere subito alla traduzione per capire bene! Ma davvero di per sé qesta poesia è così msicale che basta dirla anche senza capirla! Ti scrivo subito brevemente perché di colpo mi ha ricordato tante piccole parole che mamma infilava nelle sue uscite affettuose a noi figli, e che dicevano molto più di qualsiasi discorso ‘sapiente’. Una è “scigulìn d’or” (cipollina d’oro) che voleva dire tutto il suo affetto e andava dritto al cuore come un abbraccio, molto di più di un italiano “ti voglio bene”. E questa volta mi fermo qui, perché ho detto già tutto quello che mi hai fatto ritornare nel cuore! Grazie Guido per aver ripreso a mandarci la tua presenza stimolante.

    1. Ciao Maddalena, ho appena finito di rispondere a Renata e il pensiero, che non ha briglie, mi ha riportato un po’ a quello che dicevo anche a lei. I nostri “veciòti” se ne vanno uno a uno ma molto spesso ci lasciano espressioni che non si dimenticheranno mai. “schigulin d’òr” sono sue parole che oltre a ricordarci i nostri cari, sono musica; sai provare a dire non solo “ti voglio bene” ma magari, per rispetto alla lingua, “cipollina d’oro”: ti prenderebbero per matto. Ecco come salta fuori che il dialetto è la lingua del cuore.
      Grazie a te Maddalena che non ti sei ancora stancata e che posso annoverarti sempre fra gli amici.

  4. Da sempre, Guido, ho considerato per me una carenza, una lacuna, non saper usare un dialetto. Mi piace molto leggere, ascoltare quello a noi più vicino, cioè quello che tu ci proponi e ci fai apprezzare con le tue poesie. Quella di oggi assolve benissimo a qiesto compito, si legge con piacere ed è proprio bella e convincente. Ricordo che quando andavamo a scuola, molti sapientoni sostenevano che chi a casa parlava in dialetto, faceva poi molta più fatica ad esprimersi in lingua… La ricchezza, il sentimento, il calore che dal dialetto viene alle persone che lo praticano non veniva e ancora spesso non viene considerato e tantomeno apprezzato. Io, delle volte infilo nel mio dire parole dialettali che usava la mamma e faccio ridere divertiti i miei nipoti. Una, che mi viene in mente, é “obesa”. Dico che sono proprio obesa se dimentico una cosa o faccio una corbelleria… Ma ce ne sono molte altre e danno un po’ di colore alla parlata. Grazie, Guido, è sempre una ” goduria” leggerti. Un caro saluto a te, a Ivonne e a tutti gli amici che qui ho occasione di incontrare e leggere.

    1. Ciao Annamaria, ricorderai che tempo fa mi sono divertito a mettere assieme le frasi e i modi di dire che la mamma usava di quando in quando; fra questi c’era anche obeso che, se in italiano significa grasso, pingue, in dialetto significa invece scimunito, tonto. Ma come dici tu, troppo lungo sarebbe qui riportarli tutti. Tu sai che io il dialetto l’ho imparato e praticato da giovane lavorando l’estate a Trento. Le mie prime poesie sono infatti in italiano che presto poi hanno lasciato il posto al dialetto, che ho studiato e che pratico tutt’ora anche come lingua degli affetti. Ci sono sempre stati i “saóni” secondo i quali, parlando in dialetto ai bambini, questi avranno poi avuto difficoltà a scrivere e ad esprimersi in italiano. Sapessi quanti ragazzi conosco io che sanno esprimersi bene in entrambe le lingue. Certo che il dialetto è più colorito, quasi un musica se lo si parla disinvoltamente. A me, per esempio, piacerebbe sapermi esprime nel dialetto del “babbo” che invece mai nessuno ci ha insegnato e che ritengo altrettanto bello. E se tu non pratichi nessun dialetto non sentirti andicappata, tu sai tante altre cose che a me invece mancano.
      Grazie del tuo commento Annamaria. Ciao e buone ferie.

  5. Devo ammettere, caro Guido, che riesci sempre a stupirmi coi tuoi termini dialettali che rispolveri ogni volta; certamente il tuo rapporto col dialetto è di amore consapevole, mentre per me è sempre stato il modo naturale di parlare con la gente del mio “orizzonte” paesano. Pur non avendo mai approfondito, ho grande interesse per le espressioni e i termini dialettali e convengo che sia la lingua degli affetti e del sentimento.
    Conosco bene il termine canarola ma non lo ho mai associato alla polenta in quanto a casa mia la si chiamava “mescola”. Non so dirti se fosse una semplificazione o se tutti usassero questo termine; vedrò di approfondire con qualche anziano.
    Detto ciò ti ringrazio per la bella poesia e ti dico che i “saóni” non hanno solo le lacune che hai citato, fossero solo quelle…..
    Un caro saluto.

    1. Caro Saverio, sono certo che tu non ti faccia troppa meraviglia se a Caldonazzo, poco più di un chilometro da Calceranica, anziché canarola si usi mescola “mescola”; spesso infatti basta spostarsi da un paese all’altro, anche all’interno della stessa valle, per incontrare espressioni dialettali del tutto diverse. Anche questo aspetto rappresenta per me una ricchezza. Non capisco invece cosa intenda dire tu quando affermi che il mio rapporto col diletto è di amore consapevole, mentre per te sarebbe invece un modo naturale di esprimerti appreso ancor da bambino nell’ambito della tua famiglia. In entrambi i casi credo che si possa parlare di lingua degli affetti. Sei d’accordo?
      Avrai notato che la mia poesia è stata riesumata, stante questo periodo con me molto povero di ispirazioni.
      Ti ringrazio Saverio e ricambio il tuo caro saluto.

      1. Il mio riferimento al tuo amore consapevole per il dialetto voleva sottolineare quanto lo hai usato nella tua splendida poetica dialettale, mentre per me è “solo” un mezzo per rapportarmi agli altri, affetti in primis.
        Rinnovo i saluti.

        1. Hai ragione in parte Saverio ma, traspare già dalla risposta che e ho dato ad Annamaria, il dialetto ho iniziato ad usarlo per necessità, solo poi è diventata una passione. Quando, quelle rare volte che ci incontriamo, non ho mai avuto dubbi se parlarti in dialetto o in lingua. E come te, così con tanti altri.
          Ricambio un caro saluto.

  6. Ciao Guido, che bella e tenera questa poesia, e altrettanto la musica di accompagnamento! Mi hai proprio regalato un momento di delicata dolcezza di cui avevo bisogno in questo momento…
    E anche stavolta ho imparato un nuovo vocabolo del nos vècio dialèt: orbiròla. E’ una parola che non avevo mai sentito: potrebbe essere un sinonimo di “stornisia”, che io utilizzo per parlare di vertigine?
    In quanto ai sapientoni che non hanno, come dice Laura, la virtù di saper tacere, quanto vorrei chiedere un po’ di silenzio e quanto forse farebbe bene anche a loro imparare ad ascoltare!
    Detto questo, grazie a te, un caro saluto anche ad Ivonne e…buone giornate rilassanti a tutti!

    1. Cara Daniela, sono contento per essere riuscito e regalarti un momento di dolcezza: anche per me è un momento in cui i vostri commenti riempiono un vuoto. Favore ricambiato quindi. Orbirola e stornisia, dici bene, sono proprio sinonimi anche rispetto ai miei vecchi vocabolari. Sui sapientoni, credo che dopo averli conosciuti, non valga spendere ancora tante parole. Dice bene Laura e dici altrettanto bene tu. Grazie per il caro saluto che ricambio di cuore a te e a Roberto e che le giornate che abbiamo davanti portino anche qualcosa di bello.

  7. Ciao Guido e ciao a tutti gli amici. Per me, dico la verità, poesia “difficile”. Grazie a Saverio ho capito che cos’è la “canarola”, ossia la mescola per la polenta che ho imparato ad usare. Comunque è sempre un piacere leggere le tue poesie, grazie anche alla traduzione. Il mio dialetto è semplice, magari anche italianizzato. E’ vero che poi da un paese all’altro cambiano le parole. Con questo mio passaggio veloce, faccio un buon proseguimento di un’estate parecchio anomala, in tutti i sensi. Un saluto a Ivonne e alla prossima. Ciao ciao

    1. Ciao Anna, mi spiace che la poesia ti sia parsa difficile ma mi fa piacere che ti sia valsa del commento di Saverio per capire il mio dialetto. Mi sembra di capire che per te la traduzione sia essenziale ma niente di male: ciò che conta è il senso dei versi. Non scoraggiarti! Ricambio l’augurio di buona estate con un caro saluto anche da parte di Ivonne. Ciao

  8. Ciao Guido, un caloroso saluto da via san Pietro , apprezzo molto il tuo impegno nonostante ….. e ho letto
    e sentito con molto piacere la tua ultima poesia postata. Il dialetto è una ricchezza del posto e della gente. Ultimamente mi è capitato di sentire nostri compaesani e non proprio giovani, rivolgersi al loro cane in espressione italiana.

    Grazie per non lasciarci allo SBANDO . Auguri

    1. Ciao caro compaesano di Via S. Pietro e grazie della tua visita che tu sai bene mi fa sempre piacere. E mi piace molto quella punta di ironia che tu, con tutta familiarità, riesci sempre a trovare. Il dialetto come ricchezza quindi ed ecco spiegato che fra noi non capita nemmeno per errore di parlare in lingua. Se poi altri nostri più o meno illustri compaesani parlino in lingua al proprio cane, credo possa dipendere dal fatto che i cani, grandi o piccoli che siano, il dialetto non l’hanno mai imparato. Poveri!

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